Il “know how” aziendale, contenuto e forme di tutela

Nell’ambito dell’attività di impresa, ruolo determinante ai fini dello sviluppo e dell’affermazione nel tessuto economico della medesima, viene assunto dall’insieme delle informazioni e dei processi produttivi “distintivi” che rendono quell’azienda “unica” o, comunque, altamente selettiva rispetto altre realtà economiche operanti sul mercato.

In una parola, fulcro nevralgico della vita d’impresa è costituito dal c.d. know-how aziendale, anche a livello internazionale, il cui contenuto e la cui tutela oscilla tra obblighi di segretezza industriali e possibilità di sfruttamento economico mediante specifici strumenti contrattuali.

DEFINIZIONE E STRUTTURA DEL C.D. KNOW-HOW AZIENDALE.

ll c.d. know how, ossia l’insieme delle conoscenze tecnico-industriali e commerciali riservate, è un asset competitivo di straordinaria importanza per ogni impresa, dalle multinazionale alle PMI, segnatamente di nuova costituzione attraverso realtà imprenditoriali giovanili

Che lo si sfrutti mediante accordi di trasferimento di tecnologia o lo si usi all’interno dell’azienda, mantenendolo rigorosamente segreto, la sua gestione oculata è il tratto caratterizzante di ogni realtà di successo.

Il know how è tuttavia anche l’asset più fragile, il cui valore può essere vanificato da fughe di notiziedipendenti infedeli, concorrenti sleali.

La sua fragilità è la conseguenza di molti fattori, in parte connessi con la sua stessa natura, in parte dovuti a una normativa confusa e a prassi spesso non adeguate.

Il know-how, definito dalla stessa Corte di Cassazione, come il “complesso delle informazioni industriali necessarie per la costruzione, l’esercizio e la manutenzione di un impianto”, assume rilevanza in due settori-chiave dell’attività economica privata: quello tradizionale, interno all’impresa, nell’ambito della quale i dipendenti vengono a contatto con una serie di conoscenze che non sono brevettate, o addirittura non sono brevettabili, alle quali corrisponde un valore economico in quanto non sono generalmente accessibili al pubblico e ricadono nella sfera di controllo di un soggetto-imprenditore che ne dispone in condizioni di monopolio di fatto.

L’altro settore in cui il know-how svolge un ruolo sempre più rilevante attiene alle forme di collaborazione all’esterno dell’unità economica imprenditoriale, e dunque in un contesto di relazioni inter-aziendali, nel quale, dato il suo valore economico, il know-how diventa sempre con maggiore frequenza oggetto autonomo di scambio fra le parti.

LA TUTELA CIVILE DEL KNOW-HOW

In sede civile, l’art. 2105 c.c. impone l’obbligo di fedeltà al prestatore di lavoro subordinato, enunciando in modo espresso tre ipotesi di sua violazione:

a)    L’esercizio di attività concorrente;

b)    la divulgazione di notizie segrete;

c)     l’uso delle medesime.

Tali ipotesi sono fonti di responsabilità disciplinare – che può sfociare nel licenziamento per giusta causa – e responsabilità civile ai sensi dell’art. 2043 c.c., con il conseguente obbligo al risarcimento del danno.

L’obbligo di riservatezza così tracciato, secondo dottrina e giurisprudenza, riguarda tutte le notizie attinenti l’organizzazione e la produzione dell’impresa, la cui utilizzazione esterna o divulgazione possa essere pregiudizievole alla medesima.

Nell’ambito dei segreti aziendali si fanno rientrare sia le informazioni esclusive dell’azienda (perché brevettate e dunque oggetto di un diritto assoluto) cui è riservata dalla legge una tutela erga omnes per il titolare (art. 2584 cc. e ss.) – ma anche non brevettate per espressa scelta dell’interessato, o non brevettabili – sia le conoscenze c.d. neutre, la cui diffusione potrebbe ugualmente arrecare nocumento all’attività economica svolta.

LA TUTELA PENALE DEL KNOW-HOW.

Sotto un aspetto squisitamente penalistico, giova osservare come la Corte di Cassazione abbia affermato come la rivelazione di segreti scientifici e industriali sia ricompresa entro i rigori sanzionatori dell’art. 623 c.p., il cui ambito applicativo si estende sino a ricomprendere anche il know-how aziendale, ritenendo applicabile la norma anche alla fattispecie di divulgazione di know-how da parte di ex dipendenti di una società a vantaggio di altra società concorrente.

A giudizio della Cassazione, oggetto di tutela ex art. 623 c.p. non è soltanto la singola applicazione industriale, la composizione del prodotto immesso sul mercato, ma il “saper fare” del medesimo, e dunque tutto il processo che conduce alla sua realizzazione, che consta del singolo processo produttivo non disgiunto dalla complessiva organizzazione imprenditoriale, in cui rientrano le apparecchiature, i mezzi, gli uomini e le competenze tecniche impiegate.

In tale prospettiva, la Corte ha ribadito che la individuazione delle notizie destinate a rimanere segrete non può che competere all’avente diritto al segreto, e dunque all’imprenditore, scaturendo dal suo apprezzabile interesse giuridico alla conservazione del segreto su determinate conoscenze e dalla funzionalità del segreto sulle medesime ai fini della tutela dell’interesse protetto, e dunque non frutto di mero arbitrio dell’imprenditore.

Infine, la Corte ha ribadito che i caratteri di novità ed originalità delle conoscenze divulgate non sono essenziali ai fini dell’irrogazione della sanzione, né è rilevante la reperibilità del prodotto cui si riferisce il segreto sul mercato.

Dunque, la norma penale interviene a rafforzare la tutela della correttezza dei rapporti fra imprenditori e collaboratori, anche oltre i limiti tracciati in sede civilistica dall’art. 2105 c.c., e anche oltre il patto di non concorrenza previsto dall’art. 2596 c.c., generalmente ritenuto applicabile solo ai rapporti fra imprenditori concorrenti.

IL KNOW-HOW INTERNAZIONALE.

La nozione di know-how nel commercio internazionale è assai ampia: vi rientrano le esperienze (di fabbrica o di ricerca), i metodi, i procedimenti relativi a tecniche produttive (c.d. know-how industriale, impiegato in fase di produzione) o alla commercializzazione di prodotti (c.d. know-how commerciale, riferito allo stadio della distribuzione), insieme di conoscenze non brevettate o non brevettabili, o perché minori, accessorie rispetto ad una invenzione brevettata, o perché non sufficientemente originali per meritare la tutela brevettuale, o perché relative a settori in cui la rapidità dell’evoluzione della tecnica non rende conveniente il ricorso al brevetto.

Tali conoscenze, in pacchetti globali di tecnologia, o in settori tecnici più specifici, vengono sovente fornite in luogo dei propri prodotti da imprese che ne sono detentrici, attraverso la stipulazione di contratti di licenza: il licenziante (concedente o licensor) concede al licenziatario (licensee) il diritto di sfruttare conoscenze tecniche di cui ha il monopolio di fatto, trattandosi di know-how segreto (o comunque difficilmente reperibile), per un periodo determinato e contro pagamento di una remunerazione stabilita in una somma fissa o royalties calcolate sul fatturato o sul venduto.

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