Il diritto di critica su internet: la web reputation

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La web reputation e il diritto di critica, come restare nei limiti?

Con l’espressione web reputation (reputazione sul web) si intende un’attività di raccolta e monitoraggio di considerazioni, giudizi ed opinioni veicolati e pubblicati on line e tramite web in relazione ad uno specifico brand (prodotto, servizio, progetto o evento).

Com’è intuibile, sovente accade che il valore delle locuzioni utilizzate per esprimere una dichiarazione di dissenso marcatamente negativa o eccessivamente critica travalichi i limiti individuati dalla giurisprudenza affinché ogni libera manifestazione di pensiero si mantenga entro i limiti del giuridicamente lecito.

Il diritto di critica si concretizza nell’espressione di un giudizio o di un’opinione che, come tale, non può essere rigorosamente obiettiva e tuttavia, pacificamente ritenuta applicabile la disciplina dettata dal nostro codice penale all’art. 595 in tema di diffamazione anche alle comunicazioni c.d. “virtuali”, è stato individuato dalla Corte di Cassazione il perimetro di legalità di ogni espressione frutto del diritto (costituzionalmente tutelato Cost.: art. 21) di critica.

Il diritto di critica, segnatamente, non può oltrepassare limiti ben precisi costituiti dal rispetto della verità e dell’interesse pubblico.

In particolare il diritto di critica, che si concretizza nella manifestazione di opinioni, può anche non essere obiettivo, ma deve pur sempre corrispondere all’interesse sociale alla comunicazione e a quello della correttezza del linguaggio, senza mai sfociare in ingiurie, contumelie ed offese gratuite e senza mai trascendere in attacchi personali diretti a colpire sul piano individuale la figura del soggetto criticato (Cass. Pen. sez. V, n. 748/1999; Cass. Pen. sez. V, n. 5071/1986).

In altri termini, ai fini del corretto esercizio del diritto di critica, la giurisprudenza ha individuato i requisiti (Cass. Civ. sez. III, 3679/98; Cass. Civ. sez. III, 747/00) la cui sussistenza esclude, o meglio legittima, l’eventuale pregiudizio all’onore ed alla riservatezza dei soggetti coinvolti:

  1. corrispondenza alla verità dei fatti esposti;
  2. l’interesse pubblico alla conoscenza di essi;
  3. la correttezza formale dell’esposizione (c.d. continenza) (Cass. Civ. sez. III, 4285/98).

Tali requisiti di liceità del diritto di critica trovano ampia applicazione anche nelle comunicazioni operate via web con riferimento alle valutazioni espresse ed ai giudizi resi in relazione ad un determinati prodotto, servizio o evento (brand). Con riferimento alla diffamazione via web, vi è da dire che l’art. 595, comma 3, del codice penale configura il reato di diffamazione commesso col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità.

Ebbene, detto reato può essere di certo commesso anche per via telematica o informatica, come sostiene la Corte di Cassazione (Cass. Pen. sez. V, 27 dicembre 2000, n. 4741), poiché l’azione di immissione del messaggio “in rete” è idonea a ledere il bene giuridico dell’onore.

L’idoneità del sito Internet a concretare il reato diffamatorio trova conforto in molta giurisprudenza di merito, che non ha sottovalutato la pericolosità della rete telematica nella realizzabilità di fattispecie criminose, ritenendo che “…l’abuso del diritto di cronaca può concretarsi anche tramite diffusione di messaggi via Internet, poiché il mezzo di diffusione non modifica l’essenza del fatto, valutabile alla stregua dei normali criteri che governano il libero e lecito esercizio del diritto di cronaca…” (Tribunale Teramo, ordinanza del 11 dicembre 1997).

La Cassazione, proprio con la sentenza del 17 novembre 2000 n. 4741, ha affermato che “…il reato di diffamazione telematica si integra con l’immissione di scritti lesivi dell’altrui reputazione nel sistema internet e la consumazione del reato avviene non al momento della diffusione del messaggio offensivo, ma al momento della percezione dello stesso da parte di soggetti che siano terzi rispetto all’agente ed alla persona offesa…”, cosicché tale reato si consuma anche se la comunicazione con più persone e/o la percezione da parte di costoro del messaggio non siano contemporanee alla trasmissione e contestuali tra di loro, potendosi i destinatari trovarsi persino a grande distanza gli uni dagli altri ovvero distanti dall’agente.

In altri termini, qualora si utilizzi uno spazio web, la comunicazione deve intendersi effettuata potenzialmente verso tutti, sia pure nell’ambito di tutti coloro che abbiano gli strumenti, la capacità tecnica e, nel caso di siti a pagamento, la legittimazione, a connettersi (Cass. Pen. sez. V, 21 giugno 2006 n. 25875; Cass. Pen. sez. V, 17 novembre 2000 n. 4741).

In tal senso si è espressa, ancora la Corte di Cassazione nella sentenza del 26 giugno 2010, n. 2739 laddove, nell’individuare i criteri per la determinazione del luogo di consumazione del reato di diffamazione commesso mediante la pubblicazione di un articolo su un giornale on line, ha precisato anche che il provider mette a disposizione dell’utilizzatore (nel caso trattato dalla Cassazione la testata editoriale o giornalistica) uno spazio web allocato presso un server, che può trovarsi ovunque.

Una volta inserite le informazioni non si verifica alcuna “diffusione” delle stesse: i dati immessi non partono dal server verso alcuna destinazione, ma rimangono immagazzinati a disposizione dei singoli utenti che vi possono accedere, attingendo dal server e leggendoli dal proprio terminale.

Ne consegue che, quand’anche esista un preciso luogo di partenza (il server) delle informazioni, lo stesso non coincide con quello di percezione delle espressioni offensive e, quindi, di verificazione dell’evento lesivo, da individuare nel luogo in cui il collegamento viene attivato.

Il sito web sul quale viene effettuata l’immissione è, per sua natura, destinato ad essere visitato da un numero indeterminato di soggetti e, pertanto, deve necessariamente presumersi che all’immissione faccia seguito, in breve tempo, il collegamento da parte di lettori, non diversamente da quanto deve presumersi nel caso di un tradizionale giornale a stampa. Accade, allora, che quando una notizia risulti immessa sul sito web si presume fino a prova contraria la diffusione della stessa, proprio in quanto l’accesso ai siti web è in genere libero e frequente.

Sicché l’immissione di notizie o immagini in rete implica la fruibilità da parte di un numero solitamente elevato di utenti, anche se difficile da accertare. Pertanto, sulla base di tali considerazioni, si desume che il luogo in cui viene commesso il reato di diffamazione telematica è da individuare in quello in cui le offese e le denigrazioni sono percepite da un maggior numero di fruitori della rete. Dunque, nel luogo in cui il collegamento viene attivato. L’anonimato della rete è, inoltre, soltanto apparente.

Neppure l’utilizzo di soprannomi (c.d. nicknames) infatti fa venir meno la riconducibilità del commento all’autore.

La tracciabilità degli indirizzi IP infatti ben può consentire l’individuazione del computer dal quale le espressioni eventualmente ingiuriose e/o diffamatorie sono state inviate, consentendo di scoprire l’agente (cfr. Cass. Civ., sez. V, 8824/11).

Alla responsabilità penale dell’autore della dichiarazione si affianca anche quella dell’amministratore del sito (blog o altro), il quale è onerato da un vero e proprio dovere di controllo (cfr. Tribunale Varese, 8 aprile 2013).

Si deve sottolineare come il reato di diffamazione differisca da quello di ingiuria sulla base della presenza o meno della persona offesa al momento della comunicazione denigratoria. Ricorrerà il reato di diffamazione allorché in assenza dell’offeso, e purché vi sia la comunicazione attuale o potenziale della frase diffamatoria alla presenza di tre o più persone, taluno esterni il proprio pensiero critico travalicando i limiti di: verità, continenza e correttezza individuati dalla Cassazione. Segnatamente qualora in un’area commenti di un social network venga pubblicata una esternazione diffamatoria, la semplice immissione in rete della stessa (e quindi l’immediata possibilità di percezione della stessa da parte degli utenti in quel momento connessi o che, comunque, ne possano successivamente prendere cognizione) concretizza il reato di diffamazione a mezzo internet.

Diversamente si tratterà di ingiuria – reato, peraltro, di recente depenalizzato ai sensi della Legge n. 67 del 2014 – allorché, in presenza dell’offeso (ed eventualmente di un ulteriore numero di persone) la frase denigratoria ne pregiudichi l’onore ed il decoro con immediata percezione della frase da parte di questi. Si pensi al caso della mail indirizzata ad una persona determinata: la circostanza che, al momento della sua lettura vi siano presenti altre persone, qualifica comunque il fatto come ingiuria, attesa la presenza della persona offesa e la circostanza la mail gli è stata direttamente indirizzata.

Chi commette il reato di diffamazione incorre in una sanzione da sei mesi a tre anni di reclusione o della multa non inferiore a € 516,00, ferma restando la risarcibilità del danno civile ex art. 2043 c.c.

 

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